Separate alla nascita

cosa ci rende diversi, cosa ci rende uguali

L’acqua ha una temperatura perfetta. Non troppo fresca, non troppo calda. La musica è rassicurante. Le luci mi aiutano a rilassarmi ma non troppo. Oggi riuscirò a superare le mie solite 25 vasche. Lente, lentissime, ma questo è il mio ritmo.
In piscina sono sola. Ho studiato i movimenti degli altri clienti. Ormai so quando non c’è nessuno e questo spazio di tranquillità e di benessere è solo mio. Non ci sono i bambini con le loro tate silenziose e imperturbabili. Non c’è il tizio che avrà 70 anni ma è tutto un fascio di muscoli e nervi perché nuota, probabilmente da sempre, come se dovesse partecipare alle prossime olimpiadi. Non ci sono neanche le giovani chiacchierine che nuotano fianco a fianco continuando il loro ininterrotto dialogo di vite e di amori.
Sola. Ma è una solitudine morbida e accogliente. Una solitudine buona e consapevole di avere i minuti contati.
Un lieve fruscio attira la mia attenzione e si porta via un pensiero poco importante. Nella mia quiete è scivolata una delle misteriose entità che popolano l’albergo. Mi sorride dolcemente e poi si dirige, armata dei suoi strumenti di lavoro, verso le enormi vetrate i cui profili metallici vanno spolverati e lucidati con estrema cura. Nulla va lasciato al caso e nessun movimento è privo di scopo.
Nuoto.
La guardo.
Tra di noi c’è meno di un metro di distanza. Tra noi c’è un oceano di distanza. Due rette che si incontrano in un solo punto per poi continuare la loro corsa in direzioni divergenti.
Eppure.
Eppure ad un certo punto con un gesto furtivo controlla il telefono che ha in tasca, sorride, lo rimette a posto, continua il suo lavoro.
Ecco.

La verità è che entrambe siamo delle migranti.
Modalità diverse, valigie diverse, differenti punti di partenza ma entrambe siamo lontane dalla nostra casa ed entrambe ci muoviamo in uno spazio, un clima, un paesaggio che non ci è familiare, che non ci appartiene, anche se, in un modo o nell’altro, abbiamo imparato a conoscerlo, ci abbiamo piazzato il corpo e l’anima dentro questo vento caldo anche di sera.
Anche lei come me organizza mentalmente la giornata intorno ad un altro fuso orario, dicendosi che adesso i suoi figli hanno già finito la scuola, sono già a casa. Magari starà pensando che stasera riuscirà a chiamare prima che vadano a dormire. La sua casa è verso est e il sole sorge prima sui suoi bambini, sui miei un po’ più tardi.
Probabilmente condividiamo lo stesso Dio. Che sia cristiana o musulmana il nostro Dio, signore e padrone è lo stesso. Forse non lo ricordate?
Anche lei da bambina giocava in campagna con i fratelli e i cugini e sapeva che solo certi serpenti sono pericolosi e che le lucertole non sono mai pericolose, anche se ci fanno schifo.
Il sabato o la domenica c’è il mercato anche nel suo villaggio ed è il giorno in cui da bambina comprava qualcosa di dolce ad una bancarella, come me, sempre la stessa, con la nonna.
Io osservavo i passi di mia nonna, mi piaceva come i suoi piedi si appoggiavano per terra con calma e con forza e producevano un suono particolare. Potrebbe averlo fatto anche lei.
Suo marito, come il mio, è il fidanzato di quando era ragazza e la conosce come il palmo della sua mano perché anche a loro è capitato di crescere insieme.
La madre ogni tanto, quando la chiama, si capisce che è stanca come la mia. I bambini non sono facili quando le mamme sono assenti.
Eppure tra di noi rimane un oceano di distanza.

Ma se la distanza non è nei nostri legami, nelle nostre nostalgie, nei nostri ricordi, cos’è che ci separa e che mette me da questa parte e lei dall’altra?
Cos’è che mi ha portato fino a questo pomeriggio pigro in cui mi concedo il lusso di avere pensieri impalpabili mentre lei pazientemente compie il suo lavoro invisibile?
Di che è fatto il mare che c’è tra di noi?
Non è forse solo un mare di pagine e di parole? A dividerci non sono forse le pagine e le parole alle quali ho avuto accesso grazie ad un’istruzione che aveva un costo basso ma una altissima qualità? E non è la qualità di questa istruzione statale, laica, aperta alla discussione e al dubbio che mi ha consentito in questi anni di essere un altro tipo di migrante e di confrontarmi senza paura con gente che ha la metà dei miei anni, il doppio della mia energia e la cui istruzione è costata molto più della mia?
Ecco forse la distanza sta tutta dentro una scuola che mi ha permesso di studiare la matematica senza mai dimenticare la storia, la filosofia, la letteratura, l’arte.
Perché se impari ad amare la bellezza, se impari a pensare - e pensare sui tuoi pensieri e su quelli dell’altro - poi puoi imparare tutto il resto ogni volta che vuoi, poi diventa difficile essere estremisti, poi diventa difficile non porsi domande e avere solo ipocrite certezze.
Se “impari ad imparare” puoi leggere il mondo in maniera differente e non ti lasci ingannare dai titoli facili, dai post fasulli, dai giovani professionisti troppo pieni di sé, dai vecchi tromboni che ripetono a memoria sempre lo stesso discorso. Andrai sempre oltre, farai sempre altre domande, continuerai a leggere, a osservare, a pensare per trovare la soluzione di un problema o per comprendere quello che ti succede intorno.
Eccolo il mare con tutte le sue infinite onde e le sue tempeste di pensiero.

Tra me e la silenziosa donna che lascia la sala sorridendomi non c’è nessuna distanza in termini di umanità, di sentimenti, di razza, di fede. L’unica vera distanza è data dall’accesso alla conoscenza che ho avuto in dono dalla sorte, dal mare di libri che ci separa ma che, allo stesso tempo, ci avvicina.
E anche grazie a questa conoscenza che io posso oggi pensare a lei con gratitudine, per il suo discreto lavoro, e con compassione, nel senso originario del termine, per l’intima umanità che condividiamo, entrambe rinchiuse per un istante in questa bolla di pace, nel centro esatto di un mondo che potrebbe frantumarsi oggi stesso sotto i nostri occhidiversamente consapevoli.

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