La saga di I love shopping, passione per la moda con autocritica

Un occhio ironico sul mondo della passione smodata per la couture e pure una sottile lezione morale nel finale: ecco perchè la saga di I love shopping piace a molte, non solo alle fissate per le griffes.

“Okay. Niente panico. Ce la posso fare. E’ assolutamente alla mia portata. E’ solo questione di spostarsi un po’ verso sinistra, sollevare appena, e poi spingere con forza. Insomma, non sarà poi così difficile fare entrare un mobile bar in un taxi no?... E’ una limpida giornata invernale al Village, una di quelle giornate in cui l’aria sa di dentifricio e ogni respiro ti fa restare senza fiato. La gente se ne va in giro imbacuccata, ma io sto sudando. Sono paonazza e le ciocche di capelli sfuggite dal colbacco nuovo mi cadono sulla fronte e sugli occhi...Ma non ho intenzione di arrendermi. So che ce la farò”

E' questo uno dei miei incipit preferiti della serie I love shopping, di Sophie Kinsella, una autrice chick lit da milioni di copie vendute al mondo che ha fatto della passione per la moda e le griffe la sottotraccia di tutti i suoi romanzi con protagonista Becky Bloomwood.

Prescindendo per un attimo dalla sua dipendenza patologica dallo shopping (vedi le esilaranti sedute di auto aiuto presenti nella trasposizione cinematografica) che ne fa un caso estremo, Kinsella – si sa – è la scrittrice cult di tutte le ragazze che amano le grandi firme – e magari non possono permetterserle.

Il motivo? Chiaramente proprio il suo continuo citare marche di pret a porter, tipi di borse descritte come opere d'arte, e soprattutto il fatto di costruire nei suoi libri una puntuale geografia di tutti i negozi, locali e posticini più caratteristici di grandi metropoli come Londra o New York. Un po' la stessa questione di chi ama mangiare e si riempie gli occhi con le trasmissioni tv di cucina.

 

Con la differenza sfogliare un romanzo della Kinsella non è la stessa cosa che guardare una rivista di moda e non a caso la casa Sophie è riuscita a conquistare anche chi magari non disdegna il bel vestire ma con un occhio critico agli eccessi della couture.

Infatti Becky, come possono confermare le fan delle sue storie (ci conto), è anche una personcina “tosta”, per niente superficiale. Certo, rimane la sua colpevole passione per l'acquisto compulsivo. Ma è una colpa da cui in ogni romanzo riesce a redimersi, e che comunque è sempre spia di un vuoto nella sua vita.

Perchè Becky è una che alla fine di ogni romanzo impara una lezioni di umiltà. Che non solo vende tutti i suoi vestiti accumulati - e spesso mai messi – per rimediare alla sua cronica bancarotta. Ma che impara a giudicare in modo più equilibrato gli altri, a “metterci la faccia” per rimediare agli errori commessi per la sua superficialità.

Conquistando, ricordiamo, proprio grazie al suo senso di responsabilità -oltre che grazie ai suoi adorabili difetti – l'uomo della sua vita.

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